Satira blasfema

 

Ultimamente, nelle vesti di Pappa della Chiesa Pastafariana Italiana, sono invitata ad incontri, convegni e dibattiti su argomenti disparati. Fino a pochi anni fa, ero conosciuta come esperta di satira, studiosa e critica, oggi sono considerata una donna bizzarra, che vive satiricamente, nella sfera pubblica e in quella privata. La mia fede pastafariana è vera e non poteva che essere la mia fede, trattandosi di una religione che fa dell’ironia la strada per confrontarsi con la diversità e stanare tabù e stereotipi.

La satira lo ha fatto per lungo tempo nella mia formazione, ovvero di dimostrare che la paura di certe parole funge da riparo alle gerarchie che esse sottendono, pertanto lavorare sul linguaggio, forzandolo a una libertà semantica spregiudicata, è una forma di riparazione, oltre che di elaborazione.

Evidentemente le parole più scabrose – e rigide – sono quelle che riguardano il sesso, la razza, la religione.

Vivendo satiricamente oggi posso bestemmiare. Liberamente. È un privilegio per pochi. Dioscotto è la mia bestemmia e posso urlarla a più non posso senza temere alcuna rimostranza dai fedeli pastafariani.

Il peso che noi pirati diamo alle parole blasfeme mi induce tuttavia a riflettere sul carico assegnato da altri a parole similari, sicché esclamazioni nate come mero e piacevole sollazzo, accompagnamenti di caciara e convivi, fanno da volano a una riflessione ben più seria sul linguaggio: i criteri che ponderano “limiti” e “libertà” sono giustamente applicati o applicabili a tutti i campi umani? Lo sono, ad esempio, all’arte e in particolare all’arte satirica?

La parola satirica che offende per eccellenza è, di solito, quella blasfema.

Ma chi sono i blasfemi? Read More

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Nel nome mio o nel nome di Dio

* articolo scritto per http://www.ilpasquino.net

 

Zineb El Rhazoui comincia la carriera giornalistica nel Paese in cui è nata, in Marocco, scrivendo per testate che saranno soppresse dal regime nel 2010. Viene arrestata tre volte per azioni di contestazione al governo. Ad esempio, per aver organizzato un picnic di protesta durante il Ramadan.

Lascia il Marocco. A Parigi è portavoce di «Ni Putes Ni Soumises», un’organizzazione che fornisce supporto alle donne islamiche vittime di repressione e violenza in famiglia.

Nel 2011, quando il mondo arabo è attraversato da una Primavera di rivolte, Charb, allora direttore di Charlie Hebdo, incarica Zineb El Rhazoui di raccontare le vicende marocchine e di fornire alla rivista una sua visione dei fatti.

Un paio di anni dopo, Zineb collabora con Charb alla stesura di un fumetto sulla vita di Maometto: lo sforzo culturale della giornalista e del magazine è di fare dell’islamismo una religione come un’altra, sulla quale sia possibile raccontare la verità, ma anche fare parodia e satira.Zineb Read More

Batman non cambia il costume

All’ombra del Colosseo è un Festival che dal 1990 celebra la comicità.

Credo sia di un certo significato che il programma si sia aperto alla satira e che un artista come Giorgio Montanini vi si sia esibito con un’anteprima.

Luoghi comuni, sesso, religione, potere: sono gli ossessivi condimenti del satura lanx della stand up; sempre loro, sempre gli stessi. Il monologo di Montanini comincia con l’ingrediente più primordiale e oggi più vile. La paura.

La paura ci serve. La nostra società, però, attua dinamiche non più funzionali alla sopravvivenza. Attraverso la paura ci riappropriamo della morte, della morte come problema.

Cosa accade quando la paura non scaturisce dalla lotta per i bisogni primari, bensì da un insieme di percezioni predisposte per noi? La paura inoculata ci controlla.

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La satira di Giorgio Montanini ci rivela cose che non sappiamo? Ma no. Le sappiamo tutte. Ce lo dice lui stesso. Siamo noi che, entrando al bar, gliele raccontiamo. E dove ci porta, allora, la nostra lucida consapevolezza? A biasimare i 30€ giornalieri stanziati per gli immigrati. Neanche per loro, a dirla tutta. Tolte le spese di gestione e manutenzione dei centri di accoglienza, tolta la parte destinata agli stipendi degli operatori, ai migranti restano 2,50€. Tra welfare e settore della sicurezza, i costi complessivi dell’immigrazione sono inferiori al 2%, eppure “Dagli all’untore!” è ancora il grido della psicosi collettiva, malgrado la storia abbia dimostrato che non è di aiuto nelle operazioni di risanamento dal morbo, anzi ne diffonde il contagio: ma tanto questo chi lo legge e chi lo sa, se non è un comico a sbattercelo sul muso? Read More

E se ritorna?

Un paio di giorni fa ad Eboli, a pochi chilometri dal luogo in cui vivo, in occasione della settima edizione di Disorder, Stefano Antonucci e Daniele Fabbri hanno presentato l’ultimo volume di Qvando c’era Lvi: la storia – incredibile o credibile? – di un gruppo di fanatici che riportano in vita Mussolini. Non finisce qua. Antonucci e Fabbri stanno per uscire con una nuova pubblicazione: Il piccolo führer. È così che sono finita a ragionare di dittatura sfogliando fumetti, libri, riguardando film.

Il führer. In effetti su “Lui” il più cattivo dei cattivi la satira letteraria, teatrale e cinematografica sì è impegnata svariate volte. Nel 2015, ad esempio, David Wnendt si ispira al libro di Timur Vermes e con Lui è tornato fa risvegliare il folle tiranno in un cortile berlinese. Il grande dittatore è convinto di essere nel 1945, è invece nel 2000. E cosa succede? Lo scambiano per un comico che fa l‘imitazione… di Hitler, e gli danno un pubblico.

Si fa tanto per farli morire, i dittatori, ed eccoli tornati in vita. Perché? Perché non lasciarli morti?

È la “definitività” della loro morte il punto saliente.

Un anno fa, durante il Festival di Cannes, il romanzo grafico di Fabien Nury e Thierry Robin dedicato alla morte di Stalin fu affidato alle cure della satira: Armando Iannucci ebbe il compito di dirigere il film e finalmente The death of Stalin sarà al Toronto Film Festival il prossimo mese: https://www.youtube.com/watch?v=ukJ5dMYx2no Read More

Satira oscena. “Porno” di Giorgio Franzaroli.

20 anni fa Vincenzo Sparagna chiese a Giorgio Franzaroli [https://it-it.facebook.com/Giorgio-Franzaroli-pagina-374736236063855/] di realizzare una raccolta di vignette a soggetto non politico. Il volume avrebbe dovuto essere distribuito come allegato di «Frigidaire».

Per assolvere al suo compito, Franzaroli affondò istintivamente il segno nella materia materiale per eccellenza: il sesso, come unico tema alternativo alla politica e valido a rappresentare la società.

Il volume non venne pubblicato, per nessun motivo particolare: mutarono le esigenze della rivista, i progetti, le opportunità economiche. Tuttavia i disegni restarono nell’archivio dell’autore che, vent’anni dopo, assegna loro una nuova utilità, rendendosi conto che il sesso è ancora la lente di ingrandimento ideale per descrivere i comportamenti sociali e privati degli individui. Qualcosa però è profondamente mutato dall’epoca in cui i disegni furono realizzati. Se le problematiche, le distanze, le angosce e lo scadimento della corporalità a scarico di routine restano intatti, la società di oggi consuma pornografia alla luce del giorno. I rimandi sessuali delle immagini sono espliciti, diffusi, la pornografia e l’erotismo non sono un segreto, sono ingrediente di qualsiasi intervento pubblicitario, sono prodotti accessibili con pochi salti di click. Questa società, rimpinzata di “immagini forti”, può ancora avere sentore del disgusto, del tragico, del violento? Può percepirsi estraneo e distante in misura idonea a riconoscersi nelle dinamiche del tabù e dello stereotipo? Ovvero è consapevole che essi sopravvivono e ci condizionano anche e nonostante l’apparente disinvoltura sessuale delle pratiche e delle modalità comunicative?

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A letto con la satira

*pubblicato su http://www.ilpasquino.net per la rubrica ‘o pappice dicette

«Io uso quello che serve. A volte questo significa solo disegnare un paio di baffi sul volto di una ragazza su qualche cartellone, talvolta invece significa sudare per giorni su un disegno intricato. Il fattore più importante è l’efficienza»

[Bansky]

L’acetone è essenziale per fabbricare un esplosivo usato durante la prima guerra mondiale. Sciagura vuole che, per un eccesso di domanda, nell’estate 1915 non si trovi più acetone in Inghilterra. Ma il professore Weizmann lo ricava dal granoturco. Come ringraziarlo? Weizmann non chiede nulla per sé, desidera una terra per il suo popolo.

Proprio quando la flotta inglese è ormai distrutta dai sottomarini tedeschi, la comunità ebraica inglese corre di nuovo in aiuto all’Inghilterra, favorendo l’ingresso nel conflitto degli Stati Uniti d’America. Altro debito di riconoscenza. Come ringraziare?

D’altro canto, un focolare nazionale ebraico in Palestina avrebbe assicurato un ruolo strategico alla Gran Bretagna  Non resta che formalizzare il progetto dunque! Il ministro degli esteri inglese Arthur Balfour, anche detto “Bloody Balfour”, si siede con fare elegante e scrive “Caro Lord Rothschild…”

La lettera di Balfour al principale rappresentante della comunità ebraica inglese è successivamente inclusa nel Trattato di Sévres. Era il 1917.

Sono passati cento anni. Non sarebbe importante celebrare l’anniversario?

Ci pensa un’efficiente opera artistica.

Arthur James Balfour, raffigurato in grandezza naturale nell’atto della firma della “Balfour declaration”, è bellamente collocato nella suite presidenziale di un hotel nuovo di zecca. L’ambiente, nello stile di un gentlmen club, ci permette di immedesimarci nello spirito delle alte, esclusive, vicendevoli cortesie che furono alla base di un documento decisivo, oggi ricordato come l’inizio della creazione in Palestina di una nazione per gli Ebrei. Inizio che deve all’ambiguità delle sue definizioni le controversie e i conflitti che arrivano fino ai giorni nostri.

La suite “Presidential”, dotata di tutti i comfort di cui “un capo di stato corrotto potrebbe aver bisogno”, è una delle camere del Walled Off hotel, inaugurato il 20 marzo a Betlemme. Lo splendido hotel di Bansky, costruito in un ex laboratorio di ceramica, sta al muro che separa la zona palestinese da quella israeliana come il Waldorf-Astoria Hotel sta al 301 di Park Avenue a Manhattan: per soli 30 dollari, la camera “Budget” offre l’indimenticabile esperienza di una notte in accampamento, grazie al tipico e caratteristico design delle caserme israeliane. 

Il Walled Off Hotel non è una ricostruzione scenica, è una struttura alberghiera a tutti gli effetti: nove camere, un museo, la hall con pianoforte. Chiunque può prenotare: http://www.banksy.co.uk/

La memoria storica, tappezzeria per un morboso turismo vintage, diventa in questa opera satirica un anniversario amaro, più uno scheletro nascosto finalmente stanato che una ricostruzione documentata con serenità archivistica.

L’albergo è la più importante nuova costruzione dell’area da anni, mira a produrre economia grazie al richiamo mediatico e problematico lanciato da Bunsky. Proprio il funzionamento dell’opera come albergo vero e proprio dà alla provocazione un significato culturale etico e politico. Ci sono molti aspetti che lo dimostrano.

Sebbene l’accesso a Bettlemme sia interdetto agli israeliani, l’albergo di Banksy ha una posizione simbolica e finalizzata: si trova infatti in una porzione di territorio controllata dai militari israeliani, tuttavia raggiungibile solo da strade che sono interessate da almeno un passaggio a controllo palestinese. Il sito web di Bansky, da cui è possibile prenotare, rimarca l’assoluta sicurezza della struttura, forse proprio per questo sono orientata a ritenere che vero souvenir della visita sarà l’esperienza di disagio che la militarizzazione dell’area e la vicinanza al muro non potranno abolire.

L’apertura al pubblico del Walled Off Hotel avvia un ragionamento non nuovo nella produzione artistica di Bansky che in passato ha già manifestato interesse per la questione internazionale, ad esempio attraverso gli interventi sulla barriera di separazione israeliana che divide la Cisgiordania e lo Stato d’Israele: una misura di sicurezza in contrasto con il diritto internazionale. Su questo muro, che da un lato iene chiamato “muro salva-vita” e dall’altro “muro della vergogna”, Bansky ha lasciato nove opere, divenute celebri in tutto il mondo. 

Anche le camere del Walled Off Hotel sono nove. Alcune di esse si affacciano sulla torretta di guardia, tutte vendono l’esperienza della barriera come “gradevole” vista: non si può fare turismo nella Bettlemme di oggi, a meno che il turismo non diventi uno specchietto per le allodole e i turisti, lettori di una narrazione che, attraverso la satira e l’arte, collega gli antefatti e le responsabilità della storia agli effetti attuali della politica e dell’economia.

Il pernottamento presso il Walled Off hotel racchiude l’interezza del viaggio: una volta nella hall precipiti in un avamposto coloniale datato; puoi accomodarti, ti saranno serviti tè e focaccine; c’è un pianoforte che, controllato in remoto da un software, suonerà ogni sera un concerto originale, scritto e registrato in esclusiva per l’hotel: il musicista è altrove, ma suonerà solo per te. Ascolterai i Massive Attack, Trent Reznor & Atticus Ross, Flea e Hans Zimmer.

Se hai voglia di approfondire la cornice storica del contesto, puoi visitare il museo interamente dedicato alla storia del muro, grande attrazione locale. Infine, potrai recarti in camera. Uno stencil campeggia sulla testiera del letto e sorriderai contemplando l’amena immagine di due soldati, un israeliano e un palestinese, che fanno la lotta con i cuscini.

Disfarai le valige e a un certo punto… la vista su muro ti ricorderà che non c’è infanzia sotto il letto. E così, finalmente, resterai solo con la satira.

 

 

Il gioco dei fotomontaggi. La speranza di chiamarla satira.

Avevo 18 anni nel 1997 quando Jean-Francois Kahn rilanciò l’edizione di «Marianne», una rivista edita da Gaston Gallimard negli anni ’30. Era “il settimanale dell’élite intellettuale francese e straniera”: francese e straniera, perché la linea editoriale di «Marianne» era pacifista. Nella sua redazione lavorava Däne Jacob Kjeldgaard, noto col nome d’arte Marinus. «Marianne» non ebbe grande successo, ma i fotomontaggi di Marinus sì. Indimenticabili, quelli su Hitler. Riguardandoli, compio un inevitabile salto nei riferimenti del tempo: la grafica della Belle Époque, il lavoro di Duchamp, la potenza espressiva dell’oggetto posto fuori dal proprio luogo; dell’icona profanata negli stessi spazi che la celebrano; di opere che si offrono all’arte in quanto originali, pur essendo copie: la firma dell’autore fa l’importanza dell’opera; anzi, l‘oggetto è quasi irrilevante: persino un baffo disegnato su un vecchio quadro può valere un capolavoro.

Mi interrogo allora sull’evoluzione grafica di oggi nella satira e seleziono una serie di fotomontaggi dal web. Cerco di cogliere l’originalità della mano che li ha montati.

Nel 2015 è uscito, a cura di Finocchi, Carte semiotiche. Strategia dell’ironia nel web. Il volume analizza le forme dell’ironia nel web, proponendole come un modello retorico che, grazie alla semplificazione della componente testuale, palesa gli aspetti impliciti e nascosti dei fenomeni che, appunto, esse raffigurano in chiave ironica. I nuovi media, in effetti, hanno permesso il rifiorire di vecchie pratiche: il motto di spirito, il calembour, il fotomontaggio, il non-sense. La novità, tuttavia, non è nel modello retorico. La novità è nel fatto che i contenuti non sono generati necessariamente da artisti. Quindi, giacché pure la satira rinverdisce tradizionali giochi di manipolazione, anche per essa si dà che i giochi, prima appannaggio di artisti, scrittori, intellettuali, siano praticabili da parte di chi descrive se stesso semplicemente come “grafico” o “creativo”.

Come succede? Un bel giorno un giovane o un gruppo di amici decide di descrivere gli eventi senza alcun desiderio di essere oggettivi o imparziali. La realtà, che fino a poco prima avevano osservato con disincanto e pazienza, con ordinaria passività come ciascuno di noi, magari sgranocchiando noccioline davanti al monitor, appare improvvisamente vulnerabile, rivela un punto debole che è divertente aggredire. Tale giovane o tale gruppo di amici decidono di partecipare agli eventi agendo sulla narrazione degli eventi stessi. A volte queste esperienze si consolidano e diventano nomi e cognomi noti. L’onda di condivisioni, allora, non disperde più la paternità del messaggio: l’utente ribelle, che si era sentito danneggiato o raggirato, è diventato un satiro.

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L’utente ribelle è un uomo della crisi, della crisi della critica e dell’opposizione. Dagli stessi fattori da cui trae grande vitalità e immediata genuinità è al contempo limitato. A cosa servono i suoi fotomontaggi ironici? Cosa farne?

Il lavoro sull’immagine pone una questione ancora fondamentale, tanto fondamentale quanto occulta. Quella della rappresentazione. Se la questione non è irrilevante, allora non dovrebbe esserlo nemmeno il prodotto creativo con il quale essa viene posta. Eppure, dalle mie ricerche, esce fuori una bizzarra, ma a mio avviso non innocente circostanza. Ecco che ritrovo svariati articoli che descrivono il fenomeno dell’ironia per immagini su web, in cui sono esposte gallerie di fotomontaggi su questo o quel personaggio, ma spesso gli autori dei fotomontaggi sono invisibili. Non sono nominati. Come mai? Le illustrazioni valgono solo per il personaggio che raffigurano? È esattamente questo il motivo per cui la satira dei fotomontaggi si disperde a vantaggio unicamente della resa tecnica.

Dal mio ragionamento sto già escludendo le persone che si dilettano occasionalmente in giochi di parole e giochi di immagine. Mi riferisco, infatti, a coloro i quali si dedicano con costanza a questa pratica. Sanno di essere autori? E cosa significa “essere autori” per loro? Parliamo di aspetti normativi, quali il copyright, oppure della consapevolezza di essere soggetti di un piano di comunicazione, artistico, culturale, in cui la soggettività che attua scelte estetiche e tecniche lo fa in funzione di una visione? Di quest’ultima sono consapevoli o scaturisce da sola, quasi a loro stessa insaputa? Qual è il grado di dominio che questi creativi hanno sul loro stesso lavoro?

La nostra vita è influenzata dalle immagini. Deformarle può essere frutto di un saltuario intrattenimento favorito da una certa perizia tecnica, magari da una discreta intelligenza nell’associazione di idee. Ma quando non si tratta solo di questo, la satira dei fotomontaggi come può “funzionare” se non c’è chi ne avvalora il contributo? L’identità dei personaggi pubblici è costruita dal mass media, oggi è possibile auto-definirsi attraverso i mass media al di là dei fatti. È chiaro che questo è scorretto? È chiaro che una mole di innocui, divertenti, comici fotomontaggi vuole anzitutto dire che no, tu non sei ciò che dici di essere? Tu, mio caro Renzi, mio caro Berlusconi, mio caro Bruno Vespa sei invece così, come ora dico io?

Se le rappresentazioni mendaci riusate e manipolate satiricamente non dispiegano una tattica consapevole, meditata, a chi servono? Come possono diventare “cultura”?

Noi non siamo più persone. Noi siamo utenti. Nietzsche diceva che non esistono più uomini, ma solo professioni. Be’ adesso è peggio. Adesso esistono solo utenti.

La potenza virale dell’immagine satirica “che funziona”, e che pertanto viene condivisa, sarà fagocitata dai meccanismi che intende interrompere, se non accadono due cose: che il creatore di fotomontaggi ironici abbia la coscienza e la responsabilità di essere un autore satirico; che chi condivide quella immagine non lo faccia da utente, ovvero si appropri dell’immagine per una durata maggiore di un click, che cerchi chi l’ha disegnata, valutando l’immagine in sé e come parte di un insieme, che si interessi di ricomporre il discorso sintetizzato dalla raffigurazione e si confronti con le opinioni che ne ricava. Occorre che l’utente si chieda perché. L’utente deve diventare lettore dei messaggi che condivide, non deve ridursi a mera staffetta di segni semantici, più o meno graziosi.

Dobbiamo sottrarci alla velocità alla quale siamo spinti. Il processo attraverso cui leggiamo e condividiamo può diventare parte di una strategia. Possiamo essere qualcosa di più che un tasto di connessione, possiamo rappresentare la tappa di un percorso che ci rende complici dell’autore e suoi collaboratori. È fondamentale non passare la notizia, ma trattenerla. Ecco che cos’è la rete: è qualcosa che trattiene, che non lascia sfuggire; tratteniamo la notizia, diamole spazio, creiamo per essa nuovi luoghi, piattaforme, ulteriori momenti di visione e di dibattito. Ciò non si verifica, se l’evento non si tramuta in un fatto, in un fatto da conoscere, se non si identifica l’emittente come autore. Non tutti possono essere autori, non tutti lo sono. Ma gli autori vanno scovati.

È per questo che mi sono interessata di Andrea Federico Cecchin [http://carlohebdo.it/], in mostra per un paio di settimane al Rat di Torino. Cecchin “nasce” sul web, organizza il proprio lavoro creativo su web, la vetrina dei suoi fotomontaggi satirici è il web, il web li ha fatti viaggiare, arrivare lontano. Mi sono interessata a lui perché con un gioco è riuscito a determinare un nuovo immaginario. Prendiamo la lunga serie di Renzi in bicicletta, ad esempio: una beffa dalla quale sono state generate app perché gli “utenti” volevano proseguire il gioco, introducendo Renzi in bicicletta nelle proprie foto.

La rivalsa che il fuori luogo del personaggio permette dà grande soddisfazione ai cittadini frustrati, questo può spiegare in parte il successo dei fotomontaggi di Andrea. Ma è lo sforzo di organizzare e comunicare a dimostrare che Cecchin si sta presentando e definendo con maturità di autore. La galleria di immagini, prodotte con la cognizione di doversi adattare alla velocità di internet, argomenta un progetto. Non si tratta di un gioco isolato, che può essere ancora condiviso senza nome. Non è Renzi che conta, ma l’analisi sull’effimero del linguaggio pubblico di cui Renzi è un esemplare di prova.

Le immagini ci condizionano, dicevamo poco sopra, ma è da rimarcare che ci condiziona anche il loro rovescio. Io, ad esempio, non posso più guardare papa Francesco senza immaginarlo, senza vederlo con la bacchetta giocattolo – una bacchetta magica, ma per finta – che Cecchin gli mette in mano: in un tocco arriva la denuncia leggera, non per questo meno affilata, contro un potere secolare: tu connoti la tua comunicazione pubblica con effetti speciali a pile, pronti ad estasiare una platea di bambini ed io lo so e lo dico.

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I vignettisti si riconoscono dal tratto, nonché dal lettering; a un certo punto della loro carriera, se sono bravi, potrebbero persino fare a meno di firmarsi. Come distinguere gli autori di fotomontaggi tra loro? Dal progetto. Dal loro insieme. Se il fotomontaggio è diventato una moda, l’artista sa usare quella moda. Questa è la fiducia che vorrei riporre in autori come Andrea Cecchin.

Noi non abbiamo più un centro. Noi siamo dispersi. Noi siamo come i migranti di cui abbiamo paura, essi sono attori della storia che racconterà anche di noi. Commettendo la follia di non essere con loro, non ci stiamo separando dai profughi o dai clandestini, ci stiamo separando dalla storia. Senza centro, dispersi, ogni tanto radunati in qualche funzione civile, ad esempio quella di votare, chi può veramente darci centri provvisori, ma dotati di senso, intorno cui aggregarci, sono gli artisti. Ma dove sono gli artisti?

Se evitiamo di avvalerci del criterio del prezzo per valutare l’importanza delle realtà che gli artisti aprono, abbiamo la possibilità di fare l’imponenza degli edifici senza il peso dei mattoni. La nostra ricerca non dovrebbe essere di provvisoria importanza. Noi, in effetti, non dovremmo andare a caccia di immagini. Esse ci catturano, lo so. La pubblicità è a caccia di noi attraverso di loro, lo so. Eppure noi non dobbiamo andare a caccia di immagini: noi dobbiamo andare a caccia di autori.

 

Satira senza rispetto crolla sotto un tetto

La vignetta di Charlie Hebdo è rimbalzata sui social. Da più parti mi hanno contattata per chiedermi un’opinione. Non appena la satira si fa aggressiva, qualcuno mi domanda: è satira?

È satira.

Dopo aver stabilito che è satira, si discute se sia di cattivo gusto. Giungiamo a un livello del dibattito più rilassato perché, come di fronte a qualsiasi prodotto artistico e culturale, esiste l’eventualità del “non mi piace” tanto quanto l’inverso. Ad ogni modo, occorre partire da una premessa: tra le corde espressive e le vocazioni morali della satira c’è proprio la finalità di sfidare il “buon gusto”.

La Vignette sul terremoto in Italia pubblicata da Charlie Hebdo  "Terremoto all'italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne". L'ultima, ("lasagne"), presenta diverse persone sepolte da strati di pasta. ANSA+++ EDITORIAL USE ONLY NO SALES NO ARCHIVE+++

La vignetta in questione, ferocemente, come è nello stile di Charlie Hebdo, ci dice che gli italiani pensano solo a mangiare, pensano alla pasta, restando assolutamente impreparati alle calamità. Nel caso specifico la calamità è il terremoto, che però metaforicamente sintetizza i problemi politici, economici, sociali sotto cui crolliamo. Si denuncia, in effetti, la passività dei cittadini italiani. Un luogo comune. Eppure noi stessi dichiariamo di essere un popolo che, a pancia piena, si lascia governare supinamente, che parla parla, ma non si alza mai da tavola. La lasagna farcita di cadaveri, invece, è il piatto prelibato di chi lucra sulle sciagure, è il piatto opulento del bottino. Le penne col pomodoro o gratinate sono la pasta del popolo, piatti semplici e poveri, che ricordano anche sangue e bruciature, perchè il livello più immediato ci riporta all’evento: penne è anche “tetti”. Crollano i tetti dei poveri, dei cittadini sprovveduti, passivi, inconsapevoli, vittime della mala edilizia, ma responsabili del fatto che essi stessi si “propongono” come piatti da mangiare.

Questa satira critica la passività del cittadino italiano medio, ritratto in ogni caso come debole vittima, e denuncia che egli è cibo per “qualcuno”, ignoto, che se lo mangerà come una lasagna. Il lettore dovrebbe domandarsi a chi è destinata la porzione di pasta farcita. Mi colpisce, invece, che molti non abbiano notato che le due persone in primo piano sono rappresentate ferite, insanguinate, a piedi nudi: vittime. Vittime.

Il semplice fatto che sia stato usato come espediente una tragedia ha automaticamente generato la conclusione che le vittime non fossero state rispettate. Esiste un argomento tabù, Charlie Hebdo ha violato questo tabù, non le vittime. O forse c’è una identificazione tra il tabù e il nucleo di persone che ne è toccato?

Ad esempio, posso fare satira sul papa, che è un tabù, senza per questo voler offendere le persone che credono nell’assoluta bontà del papa? Posso fare satira sul Presidente della Repubblica, senza per questo voler offendere lo Stato italiano di cui egli è simbolo?

Mi è venuta in mente una delle copertine più celebri del Male. Aldo Moro era stato rapito. Vincino elaborò la foto con cui le BR avevano rivendicato il sequestro con uno slogan pubblicitario del tempo: Scusate, abitualmente vesto Marzotto.

Chi poteva avere il coraggio e l’imprudenza e la dissennatezza di usare la foto di un sequestro mentre esso non solo era ancora in corso, ma riguardava uno dei massimi esponenti politici dell’epoca? La satira.

La vignetta che la Francia oggi ci manda, su cui mi esprimo oggi, è molto triste, macabra, mette il dito in una piaga.

Charlie Hebdo ha questa specifica vocazione, raramente aspetta che la tragedia passi, piuttosto se ne serve, perché è in quell’esatto momento, nel momento in cui la notizia ci rende ancora emotivamente aperti, che possiamo prendere il pugno sul muso. Passato il tempo del dolore, il lettore fa spallucce, ha già dimenticato.

In sede di confronto tra più utenti facebook, qualcuno mi ha fatto notare che il messaggio poteva essere affidato a immagini più morbide. Sì, certo. Unaltra redazione avrebbe trattato l’argomento differentemente, magari riservando il primo piano a una rappresentazione più esplicita dei “magnoni”. Vogliamo vedere in primo piano i cattivi, no?

Sfugge che il “magnone”, giustamente assente in quanto occulto, è, di fatto, il punto di arrivo di una catena in cui è il cittadino stesso a offrirsi come piatto. È una denuncia, dunque, e anche un monito.

C’è da ragionare ancora sul perché si scelgano determinate immagini anziché altre.

In genere, la satira privilegia l’efficacia del messaggio e adotta illustrazioni più “trasparenti”, più comprensibili e docili, quando deve informare. Se l’informazione è già a disposizione del lettore, l’autore satirico, in molti casi, si preoccupa di sfondare gli automatismi percettivi con cui elaboriamo le informazioni. Lavora pertanto non sulla notizia in , ma sull’emotività che essa suscita, molte volte pilotata per distoglierci da altri aspetti. A questi la satira ci riporta con le figure retoriche che le sono proprie: osceno, grottesco, paradosso… Armi stilistiche caricate che nascondono alcune cose per esaltarne altre. Siamo provocati nella compassione affinché essa non degeneri nel pietismo. E, in tal caso, l’obiettivo è raggiunto senza ricorrere a immagini didascaliche, educative, bensì attraverso lo shock. È una caratteristica di Charlie Hebdo, non della vignetta.

Tutto ciò capita in un momento in cui mi sto preparando per la seconda edizione di OFFICINA SCUOLA che si svolgerà a Monselice (PD). Il 9 settembre, rispettando l’obiettivo della manifestazione, ovvero diffondere metodologie didattiche per la scuola, mi è stato chiesto di tenere un workshop per studiare e verificare la potenzialità della satira di innovare la didattica.

Io ho paura.

Dopo la giornata di oggi ancora di più.

Credo che, per lealtà, alle 150 persone, tra cui anche docenti, iscritte al workshop, dichiarerò anzitutto questo. Ho paura. E non della satira.

La satira legge e la Legge vendica?

Come è noto, l’ambasciata turca a Berlino ha chiesto un’azione penale contro Jan Böhmermann, comico tedesco autore di un sketch andato in onda su ZDF il 31 marzo, durante la trasmissione satirica “Neo Magazin Royale”. La breve poesia satirica denunciava la repressione nei confronti delle minoranze attuata dal governo di Ankara, utilizzando una satira a sfondo sessuale, in cui Erdogan è ritratto come un pederasta che sodomizza capre.

L’incontro con il primo ministro turco Davutoglu, durante il quale la cancelliera Angela Merkel avrebbe definito la poesia di Böhmermann un «testo coscientemente offensivo», mi aveva dato sentore di come le cose si sarebbero evolute. Nemmeno la lettera aperta di Mathias Döpfner, direttore esecutivo del gruppo editoriale Axel Springer SE, con l’accusa al governo di “prostrazione” e “assoggettamento” nei confronti della Turchia, le ha fermate.

La Turchia ha un’importanza decisiva nella strategia politica con cui Angela Merkel sta affrontando la crisi dei profughi. C’è un tributo da pagare? Il prezzo è importare in Europa la stessa lotta contro la libertà di stampa che in Turchia ha causato arresti e perquisizioni? Recentemente Ankara e l’Unione europea hanno siglato un accordo sui rimpatri dei migranti lungo la rotta balcanica. L’accordo prevede un’implicita autorizzazione alla politica di repressione del governo turco o di sorvolare sulla violazione dei diritti umani?

Il reato di “offesa a capi di Stato stranieri”, che secondo la legge tedesca prevede fino a 5 anni di reclusione, è perseguibile a seguito di un passo giudiziario della parte lesa, ma soltanto con previa autorizzazione del governo federale tedesco.

Jan Böhmermann andrà a processo. Il governo di Berlino lo ha infatti autorizzato. Nell’annunciarlo la cancelliera ha dichiarato che, però, sarà presentata una proposta di legge per abrogare l’articolo del codice penale tedesco che punisce come un reato la diffamazione di un capo di Stato straniero.

Non è un controsenso? Se ha intenzione di abrogare la legge, perché la Markel autorizza il processo? Perché sul banco degli imputati, oggi, manda la satira, se domani ha intenzione di modificare esattamente quell’articolo del codice penale che permette questo e che lei stessa sta convalidando?

Intanto, il processo contro Böhmermann crea un precedente e getta un’ombra sull’autonomia di pensiero dell’Europa.

A commento di questa notizia, anche oggi qualcuno mi domanda: “Ma la satira può offendere?”

Rispondo in “termini di legge”- della legge italiana, questa volta ispirandomi al pronunciamento della Terza sezione civile della Cassazione che stabilisce come “legittimo” l’esercizio del “diritto di satira” [nello specifico nel caso di paragone tra un escremento e un personaggio pubblico], se la battuta satirica è “contestualizzata” e riconosciuta “dall’intento di esasperazione grottesca od iperbolica”.

Sì, io credo che Böhmermann potesse, a suo buon sacrosanto diritto, leggere la ballata satirica contro Erdogan; credo che la Merkel avesse ragioni per sentirsi in imbarazzo, ragioni che avrebbe dovuto tenersi. Credo comprensibile la rabbia di Erdogan. Credo cioè che la logica conslusione di un’azione satirca sia quella, appunto, di indispettire un potente e il punto di frase è lì che adrebbe posto. Invece la frase prosegue, ingiustamente, con un comico satirico che finisce in tribunale per aver fatto ciò che la sua arte lo rende libero di fare, a vantaggio della libertà civile di condannare, quanto meno culturalmente, le politiche dei grandi, le quali sono evidentemente subite, anche in presenza della satira più maleducata.

Esiste una totale sproporzione tra quello che un capo di Stato può, nonostante tutto, fare e ciò che un comico può dirne.